Sulla cover di Vanity Fair il team di Luna Rossa all’alba dell’America’s Cup | CucinoFacile.it

Sulla cover di Vanity Fair il team di Luna Rossa all’alba dell’America’s Cup

Una lezione, quella di Max Sirena, skipper di Luna Rossa Prada Pirelli, che serve anche a tutti noi, alle prese con uno dei momenti più difficili della storia recente. Per questo Vanity Fair ha dedicato la copertina all’equipaggio italiano più amato. All’alba della regata decisiva, la sfida con New Zealand per l’America’s Cup, il capitano scrive una lettera ai suoi compagni di squadra, che poi è una lettera all’Italia intera: «Non perdete l’occasione di realizzare un sogno».

Solo così, infatti, si può vincere. Perché nello sport, come nella vita, «non conta se vinci o se perdi, fino a che perdi». Lo diceva ieri John McEnroe, lo ripete oggi Sirena. Che aggiunge: «Siamo uomini e donne, tutti. Soffriamo, cadiamo, piangiamo. E poi, quando disperiamo che possa accadere, a un certo punto spunta il sole. È come quando perdi la persona più cara e non vedi il domani. In quel caso hai due soluzioni. O ti ammazzi o reagisci e vai avanti per te stesso e per gli altri. Siamo andati sulla Luna. Siamo andati su Marte. Possiamo risalire la corrente. Le cose non cambieranno se non siamo noi a indirizzarle e l’unico modo di indirizzarle è la solidarietà collettiva. In tanti soffriranno e in tanti perderanno il lavoro. Dobbiamo provare a non lasciare indietro nessuno e darci una mano l’uno con l’altro per riscoprire la nostra natura più intima. Per noi italiani significa rinascere. Lo abbiamo fatto tante volte: è la nostra storia, la nostra eredità, il nostro Dna. Capisco che per tante persone sia difficile e che al momento la parola speranza coincida con il miraggio, ma passerà. Ce la faremo»

Questo spirito, di coraggio misto a resistenza, pervade ogni pagina di Vanity Fair. È protagonista del racconto di Fabio Cantelli Anibaldi, ex ospite di San Patrignano che, dopo 25 anni, ha l’audacia di tornare nei luoghi dove ha sofferto e dove si è salvato. E dove ha potuto dire addio all’uomo che ha amato come un padre.

Lo ritroviamo nelle parole di Ma Jian, uno dei più grandi scrittori viventi che, proprio a causa del suo coraggio ha perso la libertà: si è opposto al regime cinese e oggi vive in esilio in Gran Bretagna. A pochi giorni dall’uscita del suo ultimo libro, Il sogno cinese (edito Feltrinelli), a noi narra la sua storia e spiega come la Cina stia cancellando la memoria nazionale e i diritti dei suoi cittadini, e come l’Occidente sia minacciato da un regime che si è permesso persino di occultare l’origine della pandemia al mercato di Wuhan.

Il misto di coraggio e resistenza è alla base anche della scalata di Bela Bajaria, londinese di origini indiane, figlia di due gestori di un autolavaggio, che è riuscita a farsi adottare dall’America fino a diventarne una stella. Oggi è vice president of global tv Netflix, cioè supervisore mondiale dei contenuti originali della piattaforma di streaming on demand. Vale a dire che il successo planetario de La regina degli scacchi, tanto per citarne uno, è merito suo. Suo e del suo intuito, che le ha fatto capire ben presto che l’arma segreta è «uscire dalla paura della diversità».

C’è poi chi ha il coraggio di parlare (e scrivere) forte e chiaro, persino ai potenti della Terra. L’americana Alice Walker, premio Pulitzer nel 1983 con Il colore viola, a 77 anni ha un unico desiderio rimasto: che i politici governino con il cuore. Per sostenere le donne di tutto il mondo, per lottare per la sopravvivenza del Pianeta, per diffondere ideali di libertà e democrazia.

Infine, non manca il coraggio più importante di tutti. Quello di rialzarsi, anche dopo una tragedia. A dieci anni dal triplice disastro di Fukushima – terremoto, tsunami e incidente alla centrale nucleare – siamo tornati su quelle coste. Dove, tra qualche mese, partirà la torcia olimpica: un segno di speranza in una nazione che, nell’unione e nella solidarietà, ha trovato una via per curare questa ferita profondissima. E un esempio per noi tutti, alla vigilia di quello che speriamo sia un nuovo inizio per il nostro Paese. Perché, come scrive nell’editoriale il direttore di Vanity Fair Simone Marchetti, «ci vuole sempre un sogno. Sempre. Anche quando pensiamo di non farcela più».

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