Pinsa romana: 5 idee per mangiarla | CucinoFacile.it

Pinsa romana: 5 idee per mangiarla

La pinsa “antica”
Pinsa margherita
Pinsa mediterranea
Pinsa profumi dell’orto
Pinsa ricca con funghi e speck

Ha le sembianze della classica pizza e ha il nome molto simile a quello di un dolce pasquale di origine veneta, ma la pinsa romana ha una storia tutta sua da raccontarci. Una storia risalente all’Antica Roma, non cittadina bensì contadina, dove macinavano più tipologie di cereale e ottenevano un prodotto che oggi chiameremmo “focaccia” o “schiacciata”: difatti, il termine pinsa deriva dal latino schiacciare.

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Schiacciare, ma significa anche allungare ed è per questo che non è pinsa se non ha una forma allungata e tonda anziché tonda. La differenza più evidente, quindi, rispetto alla pizza classica è proprio la forma e le due di possono distinguere quindi a colpo d’occhio. La seconda differenza evidente, che anche i meno esperti in panificazione possono definire, è la consistenza: se la pizza napoletana è sottile al centro e soffice sul cornicione, la pinsa romana è morbida al centro e bella croccante sul cornicione.

Ad occhio non si vede, ma la sostanziale differenza riguarda l’impasto base. Questo è frutto – come insegna il panificatore esperto Corrado di Marco, il quale ha definito paletti ben precisi sulle caratteristiche che definiscono la pinsa romana  – della macinazione di diverse tipologie di cereali e nella fattispecie è un mix ben preciso composto da farina di frumento, farina di riso, farina di soia e pasta madre. Questi sapori misti portano note di sapore più articolate rispetto all’impiego di sola farina di grano tenero, ma non solo: la pasta madre ha un sapori più acidulo rispetto al lievito di birra, e impone oltretutto tempi di lievitazione e maturazione molto lunghi: entrambi questi fattori conferiscono alla pinsa romana un’aromaticità unica.

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