“Luca”: pesto e focaccia protagonisti del nuovo film Pixar | CucinoFacile.it

“Luca”: pesto e focaccia protagonisti del nuovo film Pixar

Mi collego con il regista Enrico Casarosa via zoom dal suo studio in California. Sono le due del pomeriggio e giura di aver già pranzato. Dopo essere stato nominato all’Oscar per il suo cortometraggio La Luna e apprezzato per lo storyboard del film Ratatouille, Casarosa era più che pronto a dirigere, scrivere e disegnare scene appetitose di cibo per il suo primo film d’animazione, Luca, in uscita oggi su Disney+ in streaming. Il film segue le avventure del marinaio dodicenne Luca mentre esplora terra e mare per la prima volta, facendoci vivere l’Italia con occhi nuovi. 

Ripercorrendo la sua infanzia a Genova, tra i ricordi indelebili delle verdi scintillanti foglie di basilico nel piatto di trenette al pesto o della croccante sottile focaccia, Casarosa sembra avere di nuovo fame. Infatti, ci racconta come il cibo colora il mondo di Portorosso, un immaginario paese di pescatori ispirato alle Cinque Terre. Le vecchine mangiano il gelato, i bambini sgranocchiano la focaccia, e le famiglie invitano gli amici per grandi piatti di pasta. Un’anticipazione buffa sul film: per non dire le parolacce, i bambini usano il nome dei formaggi: Santa Pecorino! Santa Gorgonzola! Santa Mozzarella! 

Il cinema italiano non sarebbe completo senza scene epiche di cibo, e Luca si aggiunge alla lunga lista. Casarosa dice che ha voluto onorare i film dell’epoca come La dolce vita. Pensate ad Alberto Sordi quando mangia il mitico piatto di spaghetti in Un americano a Roma. Nel suo film Pixar, quando i due protagonisti Luca e Alberto mangiano per la prima volta le trenette al pesto, vediamo i fili di pasta schizzare qua e là allegramente. Con in mente queste scene di film leggendari, Casarosa ha preparato lo storyboard, oltre ad aver attinto dall’esperienza in RatatouilleAnche quando il film si avventura nelle profondità del mare, il cibo è l’ancora per la famiglia e l’amicizia e, spesso, stimola l’appetito. Casarosa racconta a “La Cucina Italiana” come ha dato vita al cibo italiano in Luca.

© 2021 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

Il film è ispirato alle tue amicizie d’infanzia e alle tue estati in Liguria, a Genova. Quali sono i tuoi ricordi d’infanzia più importanti legati al cibo?

«Ricordo il pesto. Si trova in tutta Genova. Il pesto della nonna. Le trofie sono davvero il piatto che ricordo di aver amato di più. È pasta fresca fatta a mano. E questo lo rende un piatto ancora più speciale. A Natale si preparano i ravioli di carne con il ragù. Questo è meno tipicamente ligure, ma fanno parte dei miei ricordi. E poi la focaccia! Cresci con tutto ciò che ti circonda. Corri da scuola e ti fermi al panificio. Sai quale posto la fa in modo diverso, il forno dove la fanno più croccante o più morbida. Genova e la focaccia sono un binomio assoluto. Mia nonna viveva a Recco, famosa per la focaccia molto sottile e ripiena di stracchino. È famosa in tutta Italia. Da bambino, quando mio zio veniva da Milano, si fermava come prima tappa in panetteria, e da lì ho capito: “Wow! Deve essere davvero qualcosa di speciale”».

Nel film, viviamo l’Italia attraverso gli occhi di Luca e del suo amico Alberto, due simpatici ragazzi-pesci, che esplorano per la prima volta da ragazzi il piccolo villaggio di pescatori di Portorosso. Come hai raccontato la vita in Liguria negli anni 50/60, e in che modo il cibo ne fa parte?

«Abbiamo parlato molto delle esperienze nei piccoli paesi che ho avuto da bambino, di ciò che rende un villaggio molto speciale. Ne ho parlato tanto con Daniela, la nostra production designer, che ha vissuto per due anni nel Lazio. Abbiamo cercato queste belle opportunità, quasi teatrali, per le vignette, e abbiamo pensato alla piccola città come a un bellissimo set. E’ così che ci siamo immaginati la piazza centrale. Volevamo vecchie signore che spettegolano, parlano, guardano e osservano. Probabilmente dovrebbero pulire fagiolini o pelare cipolle o patate. E non manca il bar dove prendere il caffè la mattina: espresso, naturalmente, molto importante per me che sono un grande bevitore di caffè. E un’altra cosa: la Liguria è una terra dura, dove c’è una storia di faticoso lavoro, per via di tutti i terrazzamenti necessari per ricavare fazzoletti di pianura dalla montagna. Anche la pesca in mare è faticosa. Questa terra offre bellissimi ulivi, limoni e, naturalmente, vigneti. La quantità di chilometri e chilometri di terreno terrazzato è eccezionale. Ecco, è questo ciò che volevo raccontare: la gente che lavora sodo e la terra che produce sono una cosa sola. Nel film, vedi persone ritratte nella vita vera che portano casse d’uva e questo è il quotidiano segno dell’estate: perché non sono mica tutti in infradito e occhiali da sole. Ecco, mi interessa raccontare un periodo di bassa stagione. E poi abbiamo voluto mostrare anche un po’ di modernità e dolce vita con il Bar Giotto, dove i ragazzi cool vanno ad ascoltare il jukebox e a bere una bibita. C’è la latteria, dove si può mangiare il gelato. E c’è anche un cinema. Forse questo non è vero per le Cinque Terre di quegli anni, ma nel film abbiamo voluto fare molti omaggi divertenti all’età dell’oro del cinema italiano con riferimenti a pellicole come Ladri di biciclette e La strada. Penso ad Alberto Sordi che mangia la pasta in quella scena che ormai è storia del cinema. Abbiamo cercato sempre bei riferimenti perché gli oggetti di scena fossero ripresi nel modo migliore; soprattutto la cucina. Questo vale anche per il momento in cui stanno mangiando la pasta e come se la godono».

La pasta è fortemente presente in tutto il film. Una marca di pasta è lo sponsor della gara di triathlon da cui Luca è ossessionato. Cosa rappresenta la pasta per te come italiano?

«Per me la pasta è più importante della pizza, perché la sento come più antica. Ma l’ironia di tutto questo è che sono intollerante al glutine, quindi devo vivere nel mondo della pasta gluten free. Ma tornare in Italia, come dico sempre, fa bene all’anima. E allora non si può dire di no alle lasagne della mamma… con tutta quella besciamella e il ragù. Ho da poco parlato proprio con mia madre e sa già che deve prepararsi perché la prossima settimana sarò da lei: il primo piatto che mangerò appena arrivato saranno le lasagne. La pasta per me racchiude tante cose. Insomma, è il mio quotidiano».

Quando Luca e Alberto mangiano la pasta per la prima lo fanno senza posate, direttamente con le mani. Come avete creato queste scene? Avete usato persone reali e poi le avete animate? 

«Ci sono stati due momenti. Prima ho fatto lo storyboard della scena in cui mangiano. Volevamo che fosse bizzarra e che mostrasse che non riuscivano a smettere di mangiare nonostante le difficoltà li facesse diventare pazzi. Ci siamo divertiti con i disegni. Quando siamo andati da Cody, l’animatore, lui ha guardato alcuni video su YouTube e poi ha iniziato a lavorare. L’altra parte era la specificità. Quando abbiamo fatto le trenette al pesto, mi è tornato in mente il modo in cui le preparano a Genova. Nell’acqua della pasta bollente si mettono fagiolini e patate. Questa è la tradizione, ed è un piccolo dettaglio divertente. Volevamo catturare proprio questi particolari tipicamente genovesi. L’altro aspetto davvero divertente è che ho fortemente voluto che Giulia, altro personaggio di Luca, utilizzasse il mortaio di marmo proprio perché fa parte della tradizione del pesto».

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Il cibo italiano è difficile da disegnare? 

«Sicuramente, quando c’è molto movimento, è difficile. Le trenette sono state scelte perché sarebbero state le più disordinate. Quando ho chiesto agli effettisti di realizzare la scena, hanno detto che era troppo difficile. Ora invece sono molto orgogliosi del risultato. Quando qualcosa si muove, diventa subito una questione tecnica. La forma di quella pasta richiede complicate simulazioni con il computer, e ci vogliono molti effetti speciali. È per questo che non abbiamo fatto le trofie, perché è una pasta corta e sarebbe stata meno cinematografica. Le trenette sono più difficili da realizzare, ma decisamente più divertenti. E dovevano anche apparire invitanti, ovviamente. La prima volta che ho lavorato per far apparire gustoso un cibo è stato nel film Ratatouille. Un’esperienza importante che ho trasportato in Luca: è stato davvero divertente farlo con il cibo italiano».

Anche il basilico mostra una bella lucentezza e tenerezza.

«Lo sappiamo tutti che il basilico è speciale per i genovesi: niente basilico, niente pesto. C’è un ottimo ristorante ligure qui a San Francisco. Non credo ce ne siano altri. Non te lo servono mai se non hanno ingredienti di ottima qualità. Piuttosto ti dicono: “Mi dispiace, oggi niente. Il basilico non era abbastanza buono”».

Il film parla dell’amicizia fra tre ragazzini e dell’esplorazione che avviene con l’aiuto una giovane ragazza che mostra ai due giovani venuti dal mare (i ragazzi-pesci) un mondo nuovo, quello della terraferma in Liguria. Nel film vediamo come, nervosamente, i due ragazzi-pesci mangiano per la prima volta il cibo italiano in presenza di un enorme pescatore, padre del loro amico di terra. Alla fine si innamorano di ciò che è diverso e sconosciuto per loro e viceversa. Alcune di queste scene sono state ispirate da eventi reali in Italia? 

«Ciò che abbiamo voluto mettere nel film è l’altruismo. Ci sembrava giusto che ai ragazzi venisse raccontato questo sentimento, perché l’adolescenza è l’età in cui per un milione di ragioni diverse ci si sente sempre strani e fuori posto. Avendo avuto il privilegio di essere cresciuto in quei luoghi, ho raccontato questo spaesamento adolescenziale come lo vedete nel film. Ovviamente ognuno vi proietterà se stesso e la propria esperienza, che a volte può essere anche terribile. Però mi sembrava giusto mostrare come la curiosità può diventare un ponte verso l’altro e un modo per superare le difficoltà e la diffidenza. Ne abbiamo parlato molto durante la creazione del film, e abbiamo deciso di non forzare ma lasciare spazio alla libera interpretazione, ognuno con la propria esperienza, sensibilità e differenza. Lo sconvolgimento sociale dell’ultimo anno ci ha fatto riflettere profondamente su questo. Sì è anche scelto di non “addolcire” il finale. C’è una battuta che amo in modo particolare e che ha richiesto molta cura per essere messa nel film. È quando la nonna dice alla mamma di Luca: “Ascolta, so che sei preoccupata che non tutti lo accetteranno e lo ameranno, ma lui sembra sapere come trovare quelli buoni”. In altre parole: il mondo è un posto complicato, ma se trovi gli amici giusti, la connessione e la curiosità possono colmare le differenze e far superare le difficoltà. E qui si tocca anche il tema della xenofobia, così polarizzante in tutto il mondo. Sono contento che venga fuori questo aspetto terribile delle nostre società. È un problema complesso in Italia, ma non solo lì. Quindi, qualsiasi modo si trovi per scoraggiare e condannare ogni tipo di razzismo o xenofobia è importante».

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Questa intervista è stata rilasciata alla nostra contributor Abigail Napp per il sito internazionale www.lacucinaitaliana.com (intervista editata e condensata).

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