Lombardia, i vitigni autoctoni da scoprire | CucinoFacile.it

Lombardia, i vitigni autoctoni da scoprire

La Lombardia del vino è un mosaico complesso di denominazioni, che copre un territorio di circa 30.000 ettari; ciascuna è caratterizzata dalla presenza di uve, autoctone e internazionali, che in quei particolari suoli e climi hanno sviluppato un rapporto unico con il territorio. Alcuni di questi vitigni sono famosi e coltivati in altre zone d’Italia e del mondo; in Valtellina, per esempio, la chiavennasca, che dà rossi di montagna eleganti e aggraziati, altro non è che il nebbiolo piemontese, da cui nascono i celebri Barolo e Barbaresco. Altre uve però sono specifiche solo di alcuni territori circoscritti e, spesso, ben poco conosciute. Vediamo quali sono le più interessanti.

Novità in Franciacorta

L’erbamat è un vitigno a bacca bianca autoctono del Bresciano, di cui si hanno notizie già dal Cinquecento, ma che negli ultimi decenni era stato accantonato perché di difficile coltivazione. Le sue caratteristiche però sono particolarmente interessanti per la spumantizzazione perché matura tardi e mantiene alti livelli di acidità, doti che lo rendono un prezioso alleato contro le vendemmie sempre più calde. Così dopo molte sperimentazioni, il Consorzio di Tutela del Franciacorta ha modificato il disciplinare di produzione delle celebri bollicine lombarde, inserendo l’erbamat tra le uve consentite, insieme con lo chardonnay, il pinot nero e il pinot bianco. Per ora la quantità ammessa è molto contenuta, ma si possono assaggiare spumanti (non Franciacorta) che ne contengono percentuali più elevate, come il Tesi2 di Barone Pizzini, una cuvèe con 40% di erbamat, 30% di pinot nero e 30% di chardonnay.

Erbamat

Rossi e rosa vista lago

La casa del groppello è la sponda lombarda del lago di Garda, dove quest’uva a bacca rossa è impiegata nella produzione del Valtènesi e del Chiaretto, in abbinamento al sangiovese, alla barbera e al marzemino, anche se i produttori stanno cominciando a vinificarla in purezza sempre più spesso. Le sue origini sono antiche ed era conosciuto già al tempo dei Romani, come testimoniano gli scritti di Virgilio e di Plinio; il nome deriva da grop o groppo, cioè, nodo, in riferimento agli acini molto serrati nel grappolo. Ha un carattere speziato, che viene valorizzato dai particolari suoli locali, capaci di donare ai vini finezza e sapidità. I rossi che se ne ottengono possono essere più o meno strutturati a seconda del tipo di vinificazione e affinamento; quelli che maturano nel solo acciaio sono freschi, molto moderni e di grande abbinabilità a tavola. Da provare è Il Valtènesi di Pasini San Giovanni. I rosati sono delicati e salati, perfetti per l’ora dell’aperitivo o da abbinare ai pesci di lago, ma da provare anche con la pizza: vi consigliamo il Valtènesi Riviera del Garda Classico Chiaretto Roseri di Ca’ Maiol.

Sui colli bergamaschi

Fino a qualche tempo fa quella del Moscato di Scanzo era nota per essere la più piccola Docg d’Italia. Anche se oggi non ha più questo primato, resta un territorio molto circoscritto intorno al comune di Scanzorosciate. Qui nasce uno dei vini passiti rossi più interessanti d’Italia, ottimo in abbinamento ai dolci con il cioccolato e con le confetture di frutti rossi. Anche in questo caso, pare che il vitigno sia stato portato in zona da coloni Romani e per lungo tempo è stato confuso con altre uve rosse aromatiche, come l’aleatico. Lo vinificano pochissimi produttori, tra cui il più celebre è Manuel Biava, che da qualche tempo lo mette in bottiglia anche in versione secca: con i profumi di rosa e prugna e la golosa aromaticità, è il compagno giusto per una merenda a base di salumi e formaggi, ma è da provare anche con una ricca zuppa di pesce.

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