Lecce chi e dove: i posti migliori dove mangiare

Lecce chi e dove: i posti migliori dove mangiare

3 RANE
3 RANE, lo chef Maurizio Raselli
300mila lounge bar
400 gradi, il pizzaiolo Andrea Godi
400 gradi
400 gradi
ALEX, Andrea Libertini e Marco Chiarizzi in sala
ALEX, la chef Alessandra Civilla
ALEX
BROS
BROS, gli chef Isabella Potì e Floriano Pellegrino
BROS, Uovo fucking cold
DUO, chef Fabiano Viva
DUO, chef Fabiano Viva
DUO
DUO
Osteria Da Angiulino
Osteria degli spiriti
Osteria degli spiriti
Primo Resataurant Solaika Marrocco
Primo Resataurant Solaika Marrocco
Dove mangiare a Lecce
QUANTO BASTA, Diego Melorio e Andrea Carlucci

Giuseppe Zimbalo detto lo Zingarello e Giuseppe Cino, sono questi i due personaggi chiave a cui si deve la potente bellezza che ha reso celebre la città di Lecce nel mondo. Si tratta dei due architetti-scultori che hanno progettato ed edificato i capolavori monumentali che disegnano il volto di questa capitale del Barocco. Un itinerario a molte tappe, ciascuna delle quali – da qualche secolo – vale il viaggio. Ma ci sono nuove e altre altre ragioni per arrivare fin qui, e sono ragioni golose che vanno oltre i luoghi comuni, quelli che hanno fatto e fanno le gioie dei turisti in transito, ovvero pasticciotti, rustici e agnelli di pasta di mandorle (brutti, come li stigmatizza una caustica e divertententissima e super cliccata pagina social). Nell’ultimo lustro una manciata di millennial ha scartavetrato la scorza passatista che impolverava la ristorazione leccese, spingendo gli ingredienti più local dove nessuno aveva mai osato, introducendo le prime vere prove di alta ristorazione, tirando a lucido la pizza e la taverna, nutrendo con bocconi di qualità e a tratti di genio. Vecchie certezze e materia fertile per un capitolo nuovo e felice di letteratura di viaggio e di gola, come mai prima d’ora. Ecco chi e dove, in ordine sparso.

400 gradi – viale Porta d’Europa 65

Quanto basta per la miscelazione, Bros per la cucina e Andrea Godi per la pizza. È la santissima trinità che ha innescato la rivoluzione golosa di marca salentina. Il resto è accaduto per la teoria delle finestre rotte, ovvero per emulazione virtuosa, ma i punti di innesco sono questi tre senza tema di smentite. 400 gradi è la cifra che campeggia sull’insegna in viale Porta d’Europa, indica la temperatura ideale per la cottura della pizza misurata in Celsius, numero fortunato nella personale cabala del pizzaiolo-millennial che ha fatto casa in un segmento di periferia urbana nudo e crudo. L’unica seduzione del rione è questa mecca dei pizza lovers che arrivano da ogni angolo di Puglia per scottarsi affondando il morso nel Cono fritto – variante su tema del celebre Ciro di Franco Pepe – ipergolosità ripiena di crema al parmigiano Malandrone 30 mesi, densa, avvolgente, più pesto di rucola, zenzero e Cellina disidratata. Circa trenta pizze in carta e qualche signature come l’Extra Regina Doc, con pomodoro, mozzarella di bufala e basilico. O la Fantastica, disponibile anche a stella con le punte ripiene di ricotta e condita con mozzarella fior di latte, crema più granella di pistacchio e riccioli di mortadella. Variante su tema dello stesso refrain: un talento nato per fare la pizza, vedi l’impasto che se la gioca con quello dei grandi nomi della pizza italiana.

Bros – via degli Acaya 2

“Nel nostro ristorante seguiamo una filosofia precisa: organizziamo il lavoro come una squadra di rugby, progettiamo i menu come uno studio di design strategico, comunichiamo come un’azienda di moda, lavoriamo come minatori e ci divertiamo come se vivessimo ad Ibiza. Questo vuol dire per noi essere Bros”. Malgrado la copiosa letteratura collezionata in una manciata d’anni, nessuno meglio dei Bros ha saputo raccontare i Bros. Icastici, tatuati fino al collo, celebri come rockstar, international come nessun pugliese prima di loro. E giovani da fare più invidia di tutto il resto. Un successo vertiginoso che divide la platea di gastro-curiosi in fan e detrattori, indifferenti nessuno. Così come nessuno con un’anticchia di onestà può negare che quella apparecchiata in via degli Acaya, nel centro esatto della città di Lecce, è tutta un’altra Puglia, perfettamente centrata entro il perimetro regionale (anzi, salentino) ma altrettanto perfettamente al netto di dejà vu. Dall’Uovo fucking cold (uno dei primi shock, non solo termici, sempre in carta dal primo giorno), un uovo-dessert al cucchiaio servito on the rocks, al Timballo di spaghetti, tartare di anatra e composta di mela su una crema profumata al tartufo nero, passando per le indagini sul rancido, esplorazioni ultra-contemporanee sul patrimonio archeologico del gusto mediterraneo. “Crediamo che sia il momento di riportare i valori della cultura mediterranea in prima linea. Intendiamo dire che vogliamo spostare gli equilibri del mondo a Sud”. A ciascuno il suo orizzonte, chi la linea di cucina, chi la linea Maginot dove si spinge lo sguardo di questi millennial ruggenti pronti a tutto pur di scrivere il futuro, non soltanto il loro.

Quanto basta – Via Marco Basseo 29

Diego Melorio e Andrea Carlucci stanno alla mixology come i Bros stanno alla cucina, vanno scrivendo un’altra storia dietro al bancone, quella che ha portato Quanto basta alla ribalta nazionale trascinando la fama di una Lecce inedita. Il profilo dei due guru della miscelazione salentina ricalca tutti i cliché, magnifiche barbe, tatoo, occhialini d’ordinanza. Quello che fa la differenza al Quanto basta (l’insegna in via Marco Basseo è in courier new, il font delle vecchie macchine da scrivere) è un’iperspecializzazione nel beverage, senza scorciatoie: niente food. Il localino nel centro storico della capitale salentina è come certe piccole cappelle di campagna consacrate a un solo santo. Bartender di religione monoteista, dunque, la cui devozione si esercita con piena osservanza e risultati in proporzione. La drink list muta mensilmente, il resto è sapienza mercoleogica e psicologia: il must della casa sono i cocktail sartoriali cuciti a misura della personalità, dell’umore e del desiderio dell’avventore.

3 Rane – via Camillo Benso conte di Cavour 7

Piemontese figlio di artigiani dell’oro, un passato alla corte di master chef Giorgio Locatelli, stanco di giri intorno al mondo e arcistufo di restare inchiavardato nelle briglie dell’haute cuisine, Maurizio Raselli ha cambiato traccia dandoci un taglio col passato, almeno apparentemente. Il buen retiro del giovane cuoco autore di una cucina haute apparecchiata in una formula pop (anche nei prezzi), liberamente tratta dal canovaccio delle esperienze fatte a Nord e a Sud, si trova nel quadrilatero al centro di Lecce dove si vanno scrivendo tutte le buone nuove della cucina salentina. Solo 15 posti in una saletta minimal, ricercata nella misura in cui non un solo dettaglio è lasciato al caso, elegante eppure domestica, accogliente. Appassionato della natura umana prima ancora che ricercatore di materia prima, Raselli è della razza dei cuochi che privilegiano il rapporto con il produttore prima di arrivare al prodotto. Come il signore delle carni di Gino Amato da Specchia, da cui si approvvigiona del quinto quarto con cui realizza la Lingua di manzo brasata e in galantina, spunzali arrosto, bagnetto verde, arance al vivo e capperi, o il Puledro scottato, il suo fondo, la cotognata leccese, aglio viola al forno, radicchio e sale rosa. In cantina piccole etichette e grandi vini, meglio se a tutta natura.

Alex – via Vito Fazzi 15

La cucina di Alessandra Civilla ha un dono: piace a tutti. Alle nonne e alle mamme (più omologhi di genere maschile), cui restituisce sapori noti e belli rotondi di fattura salentina. Agli uomini e alle donne in giacca d’ordinanza per le giornate d’ufficio, appaga gli appetiti da smaltire in fretta preservando la leggerezza. E appaga pure l’ego dei gourmet, aspiranti ma anche fatti e finiti, che godono di una creatività snella e misurata, eseguita con mano sicura. A questa mensa di circa 100 posti con piazza Sant’Oronzo e l’anfiteatro romano praticamente a vista, si servono magnifiche fritture di paranza e linguine ai frutti di mare o meglio ai ricci, grandi crudi e zuppe di pesce fresco guizzante. Insomma tutta la teoria dei classiconi di mare, col corredo di un servizio attento e lesto. Ma quello che fa la differenza, quello che ha guadagnato un nome a questa cuoca femmina con gli occhioni da fata e l’energia di un panzer, è l’agilità con cui si muove oltre il ricettario quotidiano: piatti come il Risotto alle vongole e the nero affumicato su carpaccio di gamberi rossi di Gallipoli, pomodoro cristallizzato, germogli di stagione e gocce di riduzione di soia e frutti rossi. Ma anche la zuppa di pesce sfilettato, crostacei e molluschi o l’anatra (cottura rosa), finocchio e liquirizia, affumicata al legno di ulivo. Piatti che le è impossibile togliere dalla carta e che hanno iscritto Alex nella nomenclatura del rinascimento gastronomico leccese.

Primo restaurant – via 47esimo Reggimento Fanteria 7

L’insegna è un manifesto programmatico: Primo, con la maiuscola, è l’ospite. È l’assunto da cui ha preso le mosse l’idea di Silvia Antonazzo e Marco Borelli, sommelier e maître, coppia nella vita e nel lavoro, autori di quest’avventura nata nel 2015 che va rifacendo i connotati della ristorazione leccese e salentina. Per un servizio di sala eseguito con garbo, mestiere e leggerezza, ma anche per le braccia incredibilmente forti di Solaika Marrocco, ragazza di talento pari all’ambizione, grande lavoratrice e pasionaria delle materie prime del luogo che manipola con sicurezza schivando i luoghi comuni. Come nel piatto-icona di un successo precoce destinato a rimanere in carta: Turcinieddhi glassati alla birra con marmellata di cipolla all’arancia, critmi in tempura e infuso di luppolo, un gioco di consistenze ma anche una traversata fra opposte sponde e tradizioni dal Salento all’Asia, dal quinto quarto al finocchietto selvatico, dal chutney agrodolce all’amarore del cereale. Più domestico e rassicurante, invece, lo spaghettone Cavalieri al pomodoro datterino giallo di Leverano. Versatile il bottone dalla farcia cangiante a seconda della stagione: in primavera il ripieno è di gallina arrosto al rosmarino e brodo. La prova provata che si può emanciparsi dalle regole più stantie della tradizione, senza tradirla, come dimostra miss chef che ha il sangue caldo di una femmina salentina, la grinta e il talento di una cuciniera di ultima generazione e l’equilibrio di una donna fatta.

Osteria degli spiriti – via Cesare Battisti 4

Incredibile ma certo. Nella città pugliese che più di tutte ha resistito alle lusinghe della modernità, pervicacemente arroccati nella difesa della tradizione, niente di più difficile che trovare un indirizzo di tradizione in cui abbandonarsi fiduciosamente lasciando a casa i freni gastro-inibitori. Poche garanzie sulla resa, l’onestà, la fattura del ricettario tradizionale, la scelta delle materie prime soprattutto, nel mare magnum di piccole e piccolissime osterie che affollano la capitale del barocco meridiano, strizzando l’occhio ai turisti con prezzi super pop. L’Osteria degli spiriti fa la differenza, anche nella cantina galattica attrezzata per la sete degli autostoppisti enoici più esigenti, meglio se guidati dal patron Piero Merazzi. Per il resto c’è la cucina calda, materna, confortevole di lady chef Tiziana Parlangeli, temperamento di donna dolce, timida e discreta, a suo agio davanti ai fuochi della micro-cucina attrezzata per le grandi battaglie. È qui che la cuoca-operaia confeziona con grazia la sua Crudaiola di orecchiette scure con mandorle tostate e cacioricotta, rucola e capperi del Salento con pomodoro sbollentato e tagliato a listarelle, ma anche le corroboranti Zuppe di legumi in inverno, o un buon piatto di intramontabili Fave e cicorie arricchito dalla cipolla dolce. Un’unica avvertenza: con l’entrée vengono servite delle golosissime focaccine homemade, val la pena di abbuffarsene, ma col rischio di non lasciare spazio a tutto il resto.

Spiriti gourmet – via Cesare Battisti 10

Angelo D’Amico, pizzaiolo mano-lesta classe 1991, ha un passato nella pizzeria acrobatica e qualche trofeo di free style sugli scaffali. Peccati di gioventù. Ma la sfida vera, quella di mettere a punto una pizza d’autore nell’affollatissimo indirizzario delle pizzerie leccesi, l’ha vinta in tempi recenti trasformando un’insegna che languiva in un indirizzo affollatissimo tutti i giorni, feriali e di festa. I segreti sono due, uno balza immediatamente agli occhi: gli spicchi superfarciti uno per uno, al centro del piatto un compendio degli ingredienti in farcia serviti in purezza in una coppetta, un ben di dio che a guardarlo è una bellezza. La più gettonata che piace ai più giovani è la Crocchè, una bianca, base mozzarella, bacon, stracciatella e crocchè di patate più menta a fine cottura. Golosissima e ignorante solo all’apparenza, visto che gli ingredienti sono di buon taglio artigianale e la frittura fatta a mano in giornata. Più elegante la Mortadella, base bianca con mortadella bolognese autentica, pistacchio di Bronte, crema di pistacchio e ricotta di mucca, guarniture che crepino la dieta dimagrante e l’avarizia. Di buona tenuta l’impasto, il pizzaiolo lavora con l’idrolisi e impasto a massa di 24 ore a temperatura controllata, lievitazione a temperatura ambiente per 4-5 ore e selezione di farine con germe di grano ad alto contenuto nutritivo, raggiungendo la massima lievitazione naturale e maturazione dell’impasto. A tenuta di gole profonde e sonni tranquilli.

300mila lounge bar – Via Centoquarantesimo Reggimento Fanteria 11

Fiori freschi tutti i giorni, una muraglia vertiginosa di etichette per bottigliera, un frontman sangue blu (figlio d’arte della grande famiglia de La Cotognata leccese) con curriculum da mixologist stellare, Davide De Matteis. Questi gli ingredienti, addizionati a un tocco di arte contemporanea quanto basta per non risultare indigesta più che incomprensibile. Procedimento: shakerare energicamente ma senza strapparsi il gomito del barman (quello vero sta al bancone con eleganza misurata anche quando ha di fronte il Jack Torrance di Shining, o i numeri da paura di un sabato notte a Ibiza) e servire con sorriso, ingredienti biologici, naturali e di prossimità. È il profilo di 300mila longue bar, il corner goloso che ha spostato in avanti l’asse evolutivo dei bar e dei caffè, di grande tradizione nella opulenta, letteraria, aristocratica Lecce. Aperto non proprio accaventiquattro ma quasi, dalle sette del mattino a mezzanotte, a un tiro corto di pallone da piazza Mazzini, epicentro dello shopping e della operosa vita cittadina, che una volta si chiamava piazza dei 300mila (dio solo sa perché). Rustici e ricette light, pasticciotti e crudi di mare, cocktail da antologia e grandi bollicine a tutte le ore, oltre che una ragionata selezione di vini pugliesi che nemmeno al ristorante.

Duo – via Garibaldi 11

Dalla tv alla radio e viceversa, da Felline a Lecce, dalla quella pop all’alta ristorazione. Molte vite in una per Fabiano Viva, stesso showman, stesso cuoco, medesimo cipiglio, tutte giocate sul mood della stessa, identica ambizione. L’ultima, quella per l’haute cuisine, è stata una folgorazione accesa nell’arco di un breve stage a piazza Duomo al fianco di Enrico Crippa. Da allora tanti saluti al ricettario della tradizione e al Posto divino di periferia in cui Viva macinava grandi numeri, per dedicarsi ai posti contati del ristorante gourmet al civico 11 di via Garibaldi a Lecce capitale. Una cucina che osa e che divide, può piacere moltissimo o non piacere (il gusto è il regno della relatività, con buona pace di baroni e baronesse della cucina scritta) ma che non ammette dubbi sulla fattura artigianale di pane, pasta, dolci, dall’amuse bouche all’ultimo piatto. Fra i cavalli di battaglia un Risotto scampi e caviale mantecato con burro acido e bisque di scampi per finitura. L’omaggio al cuoco di Alba è un piatto integralmente vegetale, estivo e multicolor, una giardiniera di melanzana viola e germogli: menta, origano, erba limonina, grano, cicorie puntarelle, basilico verde e rosso, amaranto, timo e timo limone, rapa rossa, ravanello, sedano rapa, carota, peperone friggitiello, fiore di cappero, cavolfiore viola.

Osteria da Angiulino – via Principi di Savoia 24

Un’istituzione che se la gioca in termini di fama col patrono Sant’Oronzo, locanda proprio dirimpetto a Porta Napoli, entrambi topos della città di Lecce. Certamente più frequentato delle chiese barocche, meta dei turisti curiosi delle volute architettoniche più che del popolo devoto. Osteria da Angiulino ha sfamato orde di indigeni ma anche di studenti fuorisede, gli uni e gli altri accolti con maniere spicce e mitragliate di orecchiette, ciceri e tria (piatto tipico salentino a base di ceci in zuppa con pasta fresca fritta), polpette e trippa in brodo o alla romana. Da Angiulino la cucina è perfettamente domestica, i prezzi commoventi, il tempo congelato: come siamo corrisponde esattamente a com’eravamo, semplici, affamati, compiaciuti di stare in compagnia intorno alle tovaglie a quadrettoni e il servizio sbrigativo, comprensivo di rosoli fatti in casa e stuzzicadenti per esplorazioni post prandiali.

3 RANE
3 RANE, lo chef Maurizio Raselli
300mila lounge bar
400 gradi, il pizzaiolo Andrea Godi
400 gradi
400 gradi
ALEX, Andrea Libertini e Marco Chiarizzi in sala
ALEX, la chef Alessandra Civilla
ALEX
BROS
BROS, gli chef Isabella Potì e Floriano Pellegrino
BROS, Uovo fucking cold
DUO, chef Fabiano Viva
DUO, chef Fabiano Viva
DUO
DUO
Osteria Da Angiulino
Osteria degli spiriti
Osteria degli spiriti
Primo Resataurant Solaika Marrocco
Primo Resataurant Solaika Marrocco
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