La tradizione della tazzulella di caffè spiegata dai napoletani | CucinoFacile.it

La tradizione della tazzulella di caffè spiegata dai napoletani

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Il caffè espresso italiano o il caffè espresso napoletano: quale merita di diventare patrimonio immateriale dell’umanità Unesco? Le candidature sono già state presentate: il Consorzio di Tutela del Caffè Espresso Italiano Tradizionale, che ha sede a Treviso, sostiene quella del caffè italiano, mentre la Giunta regionale della Campania appoggia quella dell’espresso napoletano. Le due candidature hanno viaggiato parallelamente, poi però la Commissione dell’Unesco ha chiesto al Consorzio trevigiano e alla Regione Campania di trovare un punto d’incontro e unificare la candidatura. Per ora, probabilmente anche per via del fatto che gli incontri, in epoca Covid, si sono tenuti solo online, e mai faccia a faccia, magari davanti a un espresso fumante, l’accordo non è ancora stato raggiunto. Ma entrambe le realtà sono consapevoli che, se più comunità collaborano per raggiungere lo stesso obiettivo, il successo è più probabile.

L’espresso napoletano, una scusa per stare insieme

Intanto Michele Sergio dello storico Gran Caffè Gambrinus di Napoli, aperto nel 1860, ci ha spiegato perché la «tazzulella ‘e cafè» ha l’anima partenopea. «I napoletani sono affezionati non solo alla bevanda, ma anche al rito, al bicchiere d’acqua da sorseggiare prima, alla chiacchierata con il barista, alla macchina a leva, al caffè sospeso per condividere il piacere con un’altra persona. L’espresso a Napoli è una scusa per stare insieme, e si beve sempre in compagnia: “Prendiamoci un caffè” è come dire: “Vediamoci”».

Quando c’è un lutto, si porta il caffè ai famigliari del defunto: «È un rito che si chiama “cuonzolo”. La caffeina dà la forza di affrontare la veglia notturna». L’espresso ha anche un numero tutto suo nella Smorfia, il libro napoletano dei sogni: è il 42, «o’ cafè». Che a Napoli si serve nella tazzina bollente, e si prepara con una miscela dalla tostatura più scura, con una percentuale di robusta.

Espresso napoletano
Espresso napoletano.

Nel teatro, nel cinema e nella musica

Sergio ricorda anche i tanti testimonial negli anni che hanno dato lustro alla tazzulella. «Il caffè napoletano è l’unico che ha nobili origini: fu la regina Maria Carolina d’Asburgo, sposa di Ferdinando di Borbone, quando arrivò alla Reggia di Caserta, a volere che diventasse la bevanda ufficiale del regno di Napoli».

Il caffè napoletano è stato spesso protagonista del teatro, del cinema e della musica: «Eduardo De Filippo fece una lezione sul caffè: spiegò come si prepara con la cuccuma, sottolineando che la tazzulella rappresenta soprattutto un momento di piacere e condivisione», aggiunge. «Totò ne ha parlato in tanti film. In La banda degli onesti spiegò la famosa metafora del caffè senza zucchero a Peppino De Filippo. Sempre di Totò è famosa la frase: “Questo caffè è una ciofeca!”». Un’altra napoletana verace, Sofia Loren, in Questi fantasmi, spiega a Vittorio Gassman la ricetta del caffè perfetto, e lo usa come pretesto per accorciare le distanze. Pino Daniele e Domenico Modugno dedicarono ognuno una canzone alla leggendaria bevanda.

«Andiamo molto fieri di questa tradizione», spiega ancora Sergio. «Sì, è vero: a Napoli abbiamo anche la pizza (e l’arte del pizzaiolo napoletano è già patrimonio Unesco). Però il caffè, qua, è più filosofico. È un momento di cultura. Una tradizione che merita di essere codificata e cristallizzata».

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