La memoria in una torta

La memoria in una torta

Mio padre mi ha sempre detto che mia nonna era una gran donna, e non certo per l’altezza, visto che sfiorava appena il metro e cinquanta. Quando ero alle scuole medie l’avevo già superata di una spanna.
Si chiamava Bianca Manera ed era una vecchina piccola piccola, ma con le mani d’acciaio. Andavo sempre a trovarla in via dei Fabbri, a Milano, dove viveva in una casa di ringhiera insieme ai suoi due cani un po’ brutti, spelacchiati, ma da lei adorati. Era stata una ragazza madre e aveva cresciuto mio padre con quel poco che aveva e quello che le passava mio nonno, un industriale di Genova. Ed era buona.
Quando andavo a trovarla mi faceva sempre una torta salata con il formaggio, una cosa semplice, forse neanche tanto eccellente dal punto di vista gastronomico, ma la mangiavo sempre con entusiasmo perché era cucinata da lei. Parlava sempre bene di tutti ed era amata dai vicini e da mia madre (malgrado non fossero nemmeno legate visto che papà e mamma si erano separati quando io ero ancora piccola). Diffondeva molta luce e parlava soprattutto per silenzi, perché pronunciava sempre poche parole. Mi accarezzava la testa e sussurrava: «Sei la mia gioia».

Un giorno ci lasciò, per sempre. E fu allora che mio padre mi raccontò cose di lei che non conoscevo. Stavamo svuotavamo il suo piccolo appartamento, quando in un cassetto trovammo alcune lettere. Erano di una signora ebrea che era riuscita a scappare in America con il marito e i due figli. Durante le leggi razziali fasciste la piccola Bianca, che a quel tempo abitava in campagna, aveva nascosto la famiglia della donna nel fienile della cascina dove viveva. Poco cibo, poco spazio, tanta paura. Eppure mia nonna preparava la sua torta salata con quello che trovava, con quel niente che aveva.

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