Il Nuovo Forno del Pane di Bologna: quando cibo e arte incrociano il cammino | CucinoFacile.it

Il Nuovo Forno del Pane di Bologna: quando cibo e arte incrociano il cammino

Dove un tempo si sfornava il pane per dare un briciolo di speranza e di nutrimento alla gente di Bologna oggi si cerca di alimentare l’arte nelle sue forme più giovani, più inedite, più belle. In questo 2020 di certo tutt’altro che semplice per i nostri artisti, il Nuovo Forno del Pane del capoluogo emiliano – all’interno del MAMbo, il Museo d’Arte Moderna di Bologna – si rinnova ancora una volta, trasformandosi non più soltanto in spazio espositivo, ma in un vero e proprio luogo di produzione interdisciplinare a disposizione di un gruppo di talenti creativi. Un salto importante per la struttura, che torna così alle sue origini di luogo di preparazione, di creazione, con l’arte che si fa metaforicamente impasto. E poi pane.

Il Forno del Pane (Foto: Archivio Cineteca di Bologna)

La storia dell’edificio

L’edificio che oggi ospita il MAMbo affonda le sue radici fino ai primi anni del Novecento. La prima sezione, in particolare, viene costruita nel 1915 per volere del Sindaco di Bologna Francesco Zanardi: la sua funzione originale è quella di panificio comunale e diventa essenziale durante gli anni della Prima Guerra Mondiale, per garantire l’approvvigionamento di pane ai cittadini e per calmierarne i prezzi. Negli anni ’40, poi, lo stabile viene ampliato per ospitare l’Ente Autonomo dei Consumi, fino alla sua definitiva chiusura che arriva nel 1958.

La trasformazione del vecchio panificio in museo incomincia invece nella seconda metà degli anni ’90. Il restauro, progettato da Aldo Rossi, punta a recuperare la struttura con il massimo rispetto per le sue caratteristiche architettoniche preesistenti. A restauro ultimato, lo spazio viene distribuito su tre piani, che ospitano una sala conferenze, un bar-ristorante, un bookshop, un dipartimento educativo, sale espositive e la biblioteca-emeroteca di arte contemporanea. Ma anche la Sala delle Ciminiere, che conserva ancora gli antichi camini del panificio, e che oggi è il cuore pulsante del progetto del Nuovo Forno del Pane.

Un nuovo spazio di produzione artistica

L’esplosione a livello internazionale della pandemia dovuta al coronavirus ha portato a una riflessione approfondita non solo sulla possibilità di fruire l’arte, ma soprattutto sulla natura dell’istituzione museale pubblica, sulla sua funzione, sul suo ruolo per le città e le comunità di riferimento. Il Consiglio d’Amministrazione dell’Istituzione Bologna Musei, l’Assessorato alla Cultura e Promozione della città e il relativo Dipartimento del Comune di Bologna, così come lo staff del MAMbo e il suo direttore Lorenzo Balbi, hanno così deciso per una ridefinizione identitaria e strategica del museo, da intraprendere proprio attraverso il progetto del Nuovo Forno del Pane.

L’edificio, dunque, non è più inteso solo come un luogo di fruizione artistica, ma come un centro di produzione interdisciplinare a tutto tondo: la Sala delle Ciminiere del MAMbo torna a essere una cucina per la comunità creativa, in cui l’arte diventa pane per la mente e il museo si trasforma in forno, incubatore della creatività. Uno spazio che Bologna offre ai suoi artisti per ripartire, per rinascere dopo l’emergenza utilizzando la bellezza e la cultura come motore.

Gli artisti selezionati

La commissione presieduta dallo stesso Lorenzo Balbi – responsabile anche dell’Area Arte Moderna e Contemporanea dell’Istituzione Bologna Musei, ha così selezionato 12 artisti domiciliati nella Città Metropolitana di Bologna, a cui è stato assegnato uno spazio di ricerca e produzione all’interno del Nuovo Forno del Pane. In particolare si tratta di Ruth Beraha (1986, Milano), Paolo Bufalini (1994, Roma), Letizia Calori (1986, Bologna), Giuseppe De Mattia (1980, Bari), Allison Grimaldi Donahue (1984, Middletown, USA), Bekhbaatar Enkhtur (1994, UlaanBaatar, Mongolia), Eleonora Luccarini (1993, Bologna), Rachele Maistrello (1986, Vittorio Veneto), Francis Offman (1987, Butare, Rwanda), Mattia Pajè (1991, Melzo), Vincenzo Simone (1980, Seraing, Belgio), Filippo Tappi (1985, Cesena).

Una selezione decisamente variegata nei profili – per età anagrafica e per provenienza geografica, certo, ma soprattutto per formazione e linguaggi espressivi – che ben rappresenta le nuove inclinazioni tracciate dall’arte italiana emergente. L’auspicio è che il gruppo possa trovare nell’esperienza quotidiana di confronto ravvicinato un ulteriore elemento di ricchezza e un’occasione di crescita. Per se stessi, così come per l’intera comunità.

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