I misteri della Pasqua di Procida | CucinoFacile.it

I misteri della Pasqua di Procida

Ci sono poche cose a cui un procidano tiene come alla sua Pasqua, in particolare alla processione dei misteri del Venerdì Santo. Infatti, sebbene sia una festività sentita un po’ ovunque, a Procida lo è ancor di più, tant’è che i preparativi iniziano molto tempo prima. A raccontarcene riti e tradizioni è lo chef Marco Ambrosino del ristorante 28 posti di Milano, originario dell’isola, che, pur abitando in città da quasi 10 anni, non si è mai perso una processione giù (forse solo una), anzi; proprio nella sua casa milanese, durante il periodo di Quaresima, trascorre ogni momento libero tra un servizio e l’altro a costruire insieme a suo figlio Francesco e a sua moglie Simona alcuni pezzi per i misteri, fulcro della Pasqua procidana.

I misteri di Procida

Per raccontare la Pasqua a Procida ci vorrebbe un libro. Ma che dico, un’Enciclopedia! O forse, bisognerebbe semplicemente riuscire a partecipare almeno una volta alla processione dei misteri del Venerdì Santo. Di base si tratta di carri che rappresentano delle tavole allegoriche, a tema religioso, di solito legati a una cena ebraica; vengono costruiti a mano ogni anno da un gruppo di persone che si scelgono, organizzano e autofinanziano. In tutta l’isola ce ne sono circa una trentina, alcuni rimasti invariati da una vita, altri neonati o cambiati nel tempo; quello di Marco si chiama “I Ragazzi dei Misteri” e si caratterizza per dare ai misteri anche un significato sociale, legato all’inclusione e all’accoglienza, oltre a quello religioso.

Ogni gruppo si ritrova per quaranta giorni prima di Pasqua in un luogo fisso: in passato era all’interno di alcuni portoni sparsi per l’isola, mentre oggi si preparano quasi tutti in alcuni tendoni adibiti nella zona del carcere; ed è qui, in questo brusio sociale e antropologico che avviene la vera festa. Durante questo periodo si condivide tutto, ogni momento della giornata, dalla mattina alla sera: «per questo i misteri sono il motore sociale dell’isola per giorni e giorni, perché per un mese si fa solo questo», ci racconta Marco. Pensate che è persino concesso saltare la scuola! Condividendo tutto, si condividono ovviamente anche i pasti, tant’è che ogni giorno c’è la griglia accesa 24h su 24 per il pesce, o qualcuno che porta una teglia di pasta al forno. E così via fino alla sera prima, quando invece si cucina ciò che verrà messo sui misteri, di solito pesce. I colori dominanti sono il bianco e l’azzurro, che sono anche quelli della congrega dei turchini, responsabile di tutta la processione del Venerdì Santo. Poi c’è la congrega dei gialli (per San Michele, patrono di Procida), dei rossi (i pensatori dell’Isola di San Leonardo) e dei bianchi, che invece si occupa del rito del Giovedì Santo.

La processione del Venerdì Santo

La processione del Venerdì Santo inizia già la sera prima, quando ci si ritrova per cucinare il cibo da mettere sui misteri, che finalmente si possono ammirare con una certa fierezza e soddisfazione, in attesa dell’imminente messa in mostra. Di solito si parte presto nel bel mezzo della notte, intorno alle tre, poiché non è affatto rapido far uscire dai portoni questi misteri così ingombranti a mano, senza ruote, al buio. «Spesso in questo momento si rompono, infatti non so come ho fatto a non morire ancora facendo uscire un mistero dal portone!», scherza Marco.
Una volta usciti, le difficoltà continuano per le strette vie dell’isola, dove passano a stento, tant’è che ogni volta, ad ogni curva o strettoia, c’è sempre un momento di brivido e di terrore in cui tutto il gruppo si chiede: «ci passerà o no?!». In passato poi non c’erano praticamente regole: «quando si passava coi misteri si rompevano cavi elettrici, si facevano cadere cose… Negli ultimi anni, invece, abbiamo iniziato a darci una regolata!», continua Marco.

Il punto di incontro è a Terra Murata, dove ci ritrova tutti intorno alle 7.30 per l’inizio della processione che termina poi intorno all’ora di pranzo al porto. Durante il tragitto vige il silenzio più totale, poiché ricordiamo che si tratta di una marcia funebre: gli unici suoni che si sentono sono quelli della tromba e del tamburo, che vengono suonati sempre dalle stesse persone, anche nei giorni precedenti, di notte, per creare l’atmosfera e annunciare l’arrivo imminente della Pasqua. E per un procidano è proprio questo uno dei segnali più forti, intimi e riconoscibili che ci sia, un suono che lo emoziona anche a distanza e lo riporta subito sull’isola. Pensate, ci racconta Marco, che se un procidano non si trova a Procida per Pasqua, gli viene mandata una registrazione (oggi un messaggio vocale) con il suono della tromba. «E a quel punto, ovunque si trovi, gli si stringe il cuore». Perché la Pasqua a Procida si racchiude lì, in quei suoni che sono la parte finale e tangibile, anzi udibile, di quel mese trascorso insieme, di una condivisione profonda. Le donne sono del tutto assenti (se non da giovanissime), anche perché i misteri sono molto pesanti da portare. I loro compiti sono altri, come il mondo della sartoria e della preparazione degli abiti, che vengono cuciti tutti a mano; oppure la vestizione dell’Addolorata, un altro momento di summa importanza; o ancora la cucina, dove ci sono alcune costanti che in questo periodo si ritrovano in tutte le case procidane.

Che cosa si mangia a Procida durante il periodo pasquale?

Se dovessimo racchiudere la Pasqua di Procida in un profumo sarebbe quello della cannella. Questa spezia, infatti, compare spesso: dalla pastiera, dove è presente in abbondanza; all’essenza che si usa spruzzare sulla statua del Cristo. Il cibo rappresentato nei misteri di solito è il pesce, in quanto base dell’alimentazione dell’isola, legato agli apostoli pescatori; ma nelle rappresentazioni si ostenta, per cui si mettono delle versioni esagerate, come ad esempio sontuose aragoste o branzini enormi (veri). «Nulla a che vedere con i piatti reali mangiati a Procida! Pensa che fino a non troppi anni fa la Quaresima era solo l’ultimo dei mali, talmente l’alimentazione dell’isola è sempre stata povera», ci spiega Marco. Nei giorni di Quaresima, infatti, tra i pasti più comuni c’è ad esempio lo scammaro, un semplice spaghetto con aglio, olio, peperoncino, acciughe e olive, che prende il nome dagli ambienti monastici, dove indicava il pasto di colui che stava fuori dalla camera (mentre quelli malati stavano in camera).

Poi si fanno spesso due insalate del momento: la prima con cavolo cappuccio, condita con aceto, menta, cipollotto e aglio fresco; e la seconda con i noti limone pane di Procida, che a dispetto di quel che si potrebbe pensare sono di stagione ad aprile, e non d’estate. Poi a Procida i limoni sono sì un condimento, ma soprattutto un ingrediente, di solito abbinati con aglio fresco e cipollotto. «Perché a Procida si prediligono piatti dalla massima resa, cioè si tende a non mischiare mai troppi ingredienti insieme ma a renderne al massimo uno, come si fa anche con fave e carciofi, sempre in questo periodo». A tal proposito, continua Marco, è bene sottolineare che quella procidana non è una cucina dalle lunghe cotture (tranne per il ragù di ruonco cioè gronco natalizio, il pesce povero che nessuno vuole mai perché pieno di lische) ma si tratta per lo più di piatti veloci, preparati con quello che si ha disposizione nell’immediato: «credo che antropologicamente parlando sia un retaggio storico di un’isola di pescatori come questa, dove gli uomini erano sempre via mare e le donne avevano moltissime faccende da sbrigare; per questo volevano sempre tutti venire a Procida!». E le pagine di Elsa Morante ben rendono il ritmo di queste attese e il senso di queste lunghe assenze.

Infine, oltre alla pastiera, a Pasqua non mancano mai due dolci: il casatiello (da non confondere con quello salato napoletano che qui chiamano tortano) chiamato qui pret r zuccr, una sorta di ciambellone con farina, zucchero e uova, presente sia nella versione con il criscito, cioè il lievito, che senza; entrambi sono noti come “i panettoni di Procida” e sono perfetti da inzuppare nel latte la mattina per colazione.

Ma tutto questo non di Venerdì Santo, quando dopo la processione dei misteri si arriva talmente stanchi che ci si butta più a letto che a tavola. Stanchi sì, ma già in attesa del prossimo mistero.

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