Cina, allevamenti di animali da pelliccia: immagini shock. Biosicurezza? Inesistente | CucinoFacile.it

Cina, allevamenti di animali da pelliccia: immagini shock. Biosicurezza? Inesistente

Cina, allevamenti di animali da pelliccia: immagini shock. Biosicurezza? Inesistente” è stato pubblicato su Vegolosi, magazine di cultura e cucina 100% vegetale

Un’azione globale degli attivisti di Humane Society International, tra le più importanti organizzazioni animaliste, ha portato alla luce le allarmanti condizioni di volpi, cani procione e visoni allevati in Paesi quali Cina, Finlandia, Stati Uniti e Italia. L’industria delle pellicce è da molto tempo sotto i riflettori per la sua crudeltà, e le norme in vigore (ancora più importanti considerata la situazione pandemica in cui ci troviamo) vengono spesso violate, mettendo in pericolo gli animali allevati e la salute di lavoratori e consumatori.

Sebbene il trend degli acquisti di pellicce sia in diminuzione, solo in Italia nel 2019 il valore delle pellicce grezze e conciate e degli articoli di pellicceria importati è stato di 478 miliardi di dollari, di cui circa il 7% dalla Cina.

Una delle immagini degli allevamenti per animali da cui viene tratta la pelliccia. Questi sono cani procione allevati in gabbie senza pavimento, al suo posto una rete metallica

I dati dell’investigazione

È proprio in Cina che si concentra l’investigazione di HSI, che ha coinvolto 13 allevamenti cinesi tra novembre e dicembre 2020. I risultati? Gravissime violazioni di molte delle norme sul benessere animale, l’allevamento, la macellazione e la sorveglianza epidemiologica, in particolare per quanto riguarda gli allevamenti di volpi e di cani procione.

Dalle foto e dai video pubblicati si evincono le pessime condizioni in cui versano questi animali: le volpi manifestano i tipici sintomi da stress ed esaurimento a causa del confinamento in gabbia, mentre i cani procione sono sottoposti a trattamenti di elettrocuzione scorretti. L’elettrocuzione, infatti, dovrebbe garantire una morte rapida e indolore se eseguita correttamente, cioè diretta al cervello, mentre gli operatori dirigono la scarica elettrica verso parti casuali del corpo.

Come riporta il prof. Alastair MacMillan, consulente veterinario di HSI, “è molto probabile che [gli animali di questi video] abbiano sperimentato diversi minuti di estremo dolore fisico e sofferenza, simile ai sintomi dell’infarto, [e] che siano stati immobilizzati dalle scosse elettriche, rimanendo coscienti e provando l’intenso dolore dell’elettrocuzione”.

Scioccante anche la dichiarazione di un allevatore, che riporta di aver venduto a ristoranti locali la carne degli animali scuoiati, servita poi a ignari consumatori.

Le carcasse degli animali dai quali è stata tolta la pelliccia giacciono accatastati da una parte, le pellicce dall’altra. Foto rielaborata, offuscandola, dalla nostra redazione.

Il rischio epidemiologico

Altrettanto allarmante è la mancanza di rispetto delle norme di biosicurezza: sebbene l’indagine sia stata effettuata in piena pandemia, infatti, e sebbene la normativa cinese preveda delle misure di prevenzione del contagio, gli attivisti dichiarano che all’ingresso degli allevamenti non erano installate stazioni di disinfezione, e i visitatori erano liberi di attraversare gli stabilimenti senza che fosse richiesto loro di adottare le dovute precauzioni.

Vista la quantità di focolai di coronavirus scaturiti da allevamenti (ben 422 in 289 stabilimenti diversi solo in Europa e Nord America), e considerato che anche visoni, volpi e cani procione possono contrarre il Covid, la situazione risulta quanto più preoccupante: HSI si è infatti rivolta alle autorità, sia a Pechino che a Londra, per fare fronte a questa emergenza.

Centinaia di gabbie, una in fila all’altra: gli animali vivono qui fino al momento in cui verranno uccisi.

Non solo in Cina

Recentemente, altre denunce sono scattate in diversi altri Paesi del mondo tra cui Francia, Polonia (sia per visoni che per volpi), Finlandia, Paesi Bassi, Canada e anche Italia. In Italia, in particolare, molti marchi e stilisti (tra cui Armani) hanno scelto di dire no alle pellicce, ma altrettanti ne fanno uso tuttora – e nulla vieta loro di importare materie e capi provenienti dalle industrie individuate da HSI.

Martina Pluda, direttrice per l’Italia di HSI, si appella ai cittadini e alle istituzioni: “Chiediamo ai consumatori di avere a cuore gli animali, facendo scelte informate a favore di alternative fur-free che non prevedono l’uccisione di esseri senzienti per la moda. L’allevamento intensivo di animali da pelliccia comporta sempre enormi sofferenze e un rischio inaccettabile per la salute pubblica. Mentre il Governo italiano non ha autorità sugli allevamenti di animali da pelliccia all’estero, dovrà decidere sul futuro di questa industria in Italia. Un divieto permanente è l’unica soluzione accettabile”.

Humane Society International ha anche lanciato una petizione per cercare di porre fine all’industria e al commercio degli animali da pelliccia su scala globale.

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